LE TEORIE DEL CONFLITTO

CARATTERI GENERALI

Le teorie di conflitto sono prospettive sociologiche accomunate dalla tendenza a evidenziare la dimensione della conflittualità e della divisione all'interno della società, lontane dalla concezione tendenzialmente ottimistica dei funzionalisti.
Secondo queste prospettive l'assetto sociale non è un sistema in perfetto equilibrio, bensì la risultante provvisoria di precise dinamiche conflittuali, all'interno delle quali alcuni elementi, come idee o strutture economiche, si sono imposti su altri, escludendoli dal controllo delle risorse materiali e immateriali della società.
Alcuni sociologi appartenenti a questo orientamento teorico si rifanno all'analisi marxiana della società, condividendone la denuncia delle forme di mistificazione con cui le classi dominanti giustificano e perpetuano il loro potere economico e politico.
Del funzionalismo le teorie del conflitto condividono l'approccio "macrosociologico", ovvero la tendenza a privilegiare come oggetto della  loro indagine le grandi configurazioni sociali: sistemi di stratificazione, classi, intere società, nella convinzione che lo studio di tali realtà sia fondate rispetto all'analisi "microsociologica", ovvero allo studio dei comportamenti e delle relazioni nei contesti sociali quotidiani.


LE SOCIOLOGIE DI ISPIRAZIONE MARXISTA
Il sociologo  Luis Althusser approfondisce la nozione marxiana di "ideologia", analizzando gli apparati sociali di cui gli stati si servono per rafforzare e conservare quelle ideologie che sono funzionali ai rapporti di dominio esistenti. Questi apparati sono, secondo lui, la scuola, le chiese, i sistemi dei media, le istituzioni culturali in genere, e le chiama "apparati ideologici di stato": affiancano gli strumenti di repressione del dissenso di cui lo stato dispone al fine di tramandare le norme e i valori su cui la società si regge e di garantire la sopravvivenza delle strutture socio-economiche che ne sono il fondamento.
Le teorie di Althusser hanno avuto una risonanza negli anni Settanta del Novecento, stimolando una serie di ricerche empiriche sui temi da lui suggeriti.


In questa direzione si è svolta la ricerca del sociologo Pierre Bourdieu. Secondo Pierre la scuola, dietro a un'apparente uguaglianza di opportunità offerte agli studenti, trasmette la cultura e il linguaggio delle classi dominanti, permettendo solo ai ragazzi che vi appartengono di mettere realmente a profitto il proprio titolo di studio, una volta usciti dal percorso scolastico. Nel momento in cui premia agli alunni migliori ratifica come "capacità" o "dono naturale" quello che in realtà è un fatto sociale e quindi è il "capitale culturale" che essi hanno ricevuto dalla famiglia.















LE SOCIOLOGIE CRITICHE STATUNITENSI


Le sociologie critiche statunitensi sono nate come risposta alla tendenza dell'opinione pubblica statunitense a rappresentare in termini idealizzati la propria realtà sociale. Con questa denominazione si indicano gli studi della società statunitense, condotti alla fine degli anni Cinquanta, volti a demistificare l'immagine realizzata che gli Stati Uniti davano di sé all'opinione pubblica mondiale.
Convinti che la realtà fosse diversa, molti studiosi affidano all'analisi sociologica il compito di metterne in luce gli elementi di criticità.



Nel 1929 Robert Lynd pubblica il libro "Middletown", scritto insieme alla moglie Helen Merrel,:  l'opera presenta un'indagine svolta nella cittadina di Middlewest, condotta tramite esperienze di osservazione, esame di documenti, interviste alla popolazione.
Attraverso i dati raccolti i Lynd mostrano come la vita sociale in tutte le sue forme sia manipolata in funzione degli interessi economici dominanti,e come sia stridente il contrasto tra la vita dei ceti benestanti e quella delle fasce sociali più povere.










In questa direzione teorica si muove anche il sociologo David Riesmann, che nel 1948 pubblica il libro "la follia solitaria", in cui tratteggia quello che è il tipo umano prevalente nelle moderne società occidentali; l'individuo eterodiretto, affrancato dal potere della tradizione e del passato, ma incapace di autodeterminarsi liberamente, perchè spersonalizzato, bersaglio dei messaggi di comunicazione  e inadatto a relazionarsi agli altri se non nella forma dell'"agglomerazione" implicata dalle pratiche di consumo.







L'esponente più significativo della sociologia statunitense è Charles Wright Mills, che offre un quadro disincantato della società statunitense, nell'opera L'elite del potere, dove la società è dominata dal potere dei grandi gruppi finanziari, militari e industrializzati, che dettano legge alla stessa politica.
In un'altra opera , "colletti bianchi", Charles ha come oggetto della sua analisi la classe media americana, chiamata in opposizione ai colletti blu, cioè ai membri operai della classe operaia. Si tratta di un ceto in espansione, incapace di però di produrre autonomamente idee, creatività, progettualità; gli individui che vi appartengono non hanno altra cultura se non quella della società di massa che li ha modellati e li manipola per fini a essi estranei, cullandoli nell'illusione di un benessere o di un prestigio sociali che essi in realtà non possiedono.



LA SCUOLA DI FRANCOFORTE


Una prospettiva sociologica originale, maturata dal confronto interdisciplinare con altri ambiti del sapere come filosofia o critica letteraria, è quella elaborata dalla scuola di Francoforte. 



Con questa espressione si indica un gruppo di intellettuali che, a partire dal 1929, si raccolsero intorno a Max Horkeheimer, direttore dell'istituto della ricerca sociale di Francoforte.


Con un'assimilazione originale delle tesi di Marx gli autori della scuola di Francoforte elaborarono una lucida analisi della civiltà industriale avanzata, nella quale  a loro giudizio, nascono nuove e più sottili pratiche di controllo sociale, occultate da miti diffusi della democrazia e del benessere con cui il sistema capitalistico si assicura la sopravvivenza e la riproduzione.







Nell'opera "l'uomo a una dimensione" di Marcuse, la società occidentale viene rappresentata come una confortevole e ragionevole democrazia, orgogliosa di aver sconfitto il bisogno grazie al progresso economico-tecnologico, che però appiattisce l'uomo alla pura dimensione di consumatore, euforico e ottuso, la cui libertà è solo rappresentata dalla possibilità di scegliere tra prodotti diversi.
Si tratta di una libertà fittizia, perché i bisogni che spingono l'individuo a desiderare e a scegliere un bene sono in realtà indotti, cioè provocati ad arte dal sistema produttivo per garantire la propria sopravvivenza.
Abbagliato da questi falsi bisogni, l'uomo insegue beni che perpetuano in realtà la sua infelicità; è spinto a lavorare fino all'instupidimento per l'ossessione di produrre, e anche nella dimensione apparentemente più privata e personale, quella del tempo libero, egli è manipolato da forse estranee: infatti si rilassa e si diverte in accordo con gli imperativi del consumo.











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